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Per lui, si volevano prendere misure straordinarie ma Minervini rifiutò la scorta. Sapeva che il suo destino era stato segnato dalla nomina e non voleva che i ragazzi della scorta potessero morire con lui

Sono circa le 8:15 del mattino del 18 marzo 1980. È martedì. Girolamo Minervini esce dalla sua abitazione, in via Balduina 135, a Roma. Un saluto alla portinaia e si avvia verso la fermata dell’autobus. Dopo qualche minuto, mosso più dal traffico romano che non dal suo motore, arriva la vettura della linea 991. Minervini sale e si posiziona sul fondo, vicino alla macchinetta obliteratrice. L’autobus inizia la sua corsa. Raggiunge via Ruggero di Lauria. Alla fermata, il bus si ferma e si aprono le porte. Un’auto lo sorpassa a destra mentre si sta fermando. Dall’auto escono due uomini, Francesco Piccioni e Sandro Padula, che salgono sul bus. All’improvviso, il forte rumore dei colpi di un’arma da fuoco rimbomba all’interno dell’autobus. Girolamo Minervini è colpito. Si accascia aggrappandosi alla macchinetta obliteratrice mentre il suo impermeabile si colora del suo sangue. Panico sull’autobus, partono altri colpi di pistola che feriscono tre persone, una di queste è un ragazzo di sedici anni. Piccioni e Padula fuggono a bordo di un’altra auto che era in attesa poco più avanti della fermata dell’autobus.

Originario di Teramo, Girolamo Minervini entrò in magistratura nel 1943. Dal 1947 al 1956, fu assegnato al Ministero di Giustizia, alla Direzione Generale degli Istituti di Prevenzione e Pena, passando poi alla Procura generale della Cassazione. Nel 1968 fu nominato magistrato segretario presso il CSM, il Consiglio Superiore della Magistratura. Dopo aver svolto un breve periodo alla Corte d’Appello, nel 1973, fa ritorno al Ministero di Giustizia con funzioni capo della segreteria del Centro Generale degli Istituti di Prevenzione e Pena. Il giorno prima della sua morte, era stato nominato Direttore Generale degli Istituti di Prevenzione e Pena. Il Questore di Roma, il dottor Augusto Isgrò, gli aveva imposto la scorta. I suoi predecessori, Riccardo Palma e Girolamo Tartaglione, erano stati entrambi nel mirino delle Brigate Rosse e uccisi. Per lui, si volevano prendere misure straordinarie. Minervini rifiutò la scorta. Sapeva che il suo destino sarebbe stato segnato dalla nomina e non voleva che i ragazzi della scorta potessero morire con lui. Parlò con il figlio, Mauro, e gli diede indicazioni qualora le Brigate Rosse l’avessero ucciso. Affrontò con grande lucidità la prova che lo Stato gli aveva affidato. Negli anni, Minervini, era stato consulente giuridico dell’ISTAT, segretario generale del Centro Generale degli Istituti di Prevenzione e Pena, presidente dell’Istituto di Studi penitenziari, membro del Consiglio Superiore della Magistratura, vice Direttore Generale degli Istituti di prevenzione e pena e sostituto Procuratore Generale della Corte Suprema di Cassazione. Minervini sapeva che il suo nome era stato trovato in una lista, requisita durante una perquisizione in un covo delle Brigate Rosse. Il figlio Mauro, racconta che il padre, due giorni prima gli disse “in guerra, un Generale non può rifiutare di andare in un posto dove si muore”.

“Era un uomo dotato di un humor vivacissimo – ricorda il figlio Mauro – I suoi vecchi amici, e lui stesso, mi raccontavano di scherzi da antologia (…) Era una di quelle persone abbastanza serie da non aver bisogno di prendersi sul serio più del minimo indispensabile”. Un servitore dello Stato che viveva del suo stipendio, con un mutuo da pagare per la casa e una vecchia Volkswagen, ma che, quella mattina del 18 marzo 1980 uscì di casa per compiere il suo dovere. Avvinghiato alla macchinetta obliteratrice, con l’impermeabile che si tingeva del suo sangue, il suo viso aveva l’espressione serena di sempre.

Girolamo Minervini era nato a Teramo il 4 maggio 1919. Magistrato, pagò con la vita la lotta tra lo Stato e le Brigate Rosse. Lasciò la moglie Orietta e i figli Ambra e Mauro.