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Giacumbi sapeva di essere un bersaglio mobile. Aveva da poco tempo finito di lavorare ad un dossier sulle Brigate Rosse, in merito all’incendio della filiale locale della Fiat nella cui sede furono fatte esplodere con cariche di tritolo numerose autovetture

Siamo a Salerno, in corso Garibaldi. È il 16 marzo 1990 e, al cinema Capitol, proiettano “Kramer contro Kramer”. Nicola Giacumbi e la moglie Carmela hanno assistito alla proiezione delle 18:30 e, verso le 20:00, escono dal cinema e si avviano verso casa. Sono arrivati quasi all’ingresso quando, dall’ombra spuntano due uomini. Impuignano due pistole munite di silenziatore. All’improvviso quattordici colpi vengono esplosi verso Giacumbi che muore all’istante, la moglie è viva per un soffio: un bossolo le ha sfiorato la nuca. Ma chi è Nicola Giacumbi?

Era nato a Santa Maria Capuavetere il 18 agosto 1928. Era il Procuratore capo della Repubblica di Salerno. Erano gli anni di piombo, eppure Nicola Giacumbi si muoveva sempre da solo, camminava fra la gente, liberamente, serenamente. Non aveva alcuna scorta. Anzi, l’aveva rifiutata. Non voleva mettere a rischio la vita di altri uomini, erano passati soltanto due anni da via Fani, ancora vivo era lo struggente ricordo dello sterminio degli uomini di scorta nel corso del sequestro Moro.

Le prime edizioni dei grandi giornali fanno appena in tempo a dare la notizia, la cui attribuzione sulle prime è confusa poi, in un volantino trovato in un bar a Salerno, ecco la rivendicazione: è stata la colonna “Fabrizio Pelli” delle Brigate Rosse. Fabrizio Pelli era un giovane terrorista di Reggio Emilia morto l’anno prima in carcere per leucemia, e giovani sono i sicari che hanno fatto di lui una bandiera: esponenti del ’77, operai transitati per l’autonomia, la figlia di un noto oculista, il figlio di un consigliere comunale socialista.

Giacumbi sapeva di essere un bersaglio mobile. Aveva da poco tempo finito di lavorare ad un dossier sulle Brigate Rosse, in merito all’incendio della filiale locale della Fiat nella cui sede furono fatte esplodere con cariche di tritolo numerose autovetture. Sapeva benissimo, lui come tutto il Palazzo di giustizia, che a Salerno doveva succedere qualcosa, e che sul territorio c’era un’agguerrita cellula delle brigate rosse. Ma tutto questo non gli fece mai cambiare idea. Quando arresteranno i suoi assassini, l’anno dopo, emergerà una verità incredibile: Giacumbi è stato ucciso per vendicare la morte del militante di sinistra romano Valerio Verbano, avvenuta nel quartiere Monte Sacro il 22 febbraio 1980. Ma cosa c’entrava Giacumbi?, chiederà il pm Silvio Sacchi. “Era anche lui un fascista”, sarà la risposta. Non ancora riconosciuti dalle Brigate Rosse gli otto membri della colonna salernitana volevano, con quel delitto, accreditarsi. Il suo assassinio era inquadrato in una campagna di attentati contro i rappresentanti dello Stato, infatti due giorni dopo a Roma venne ucciso un altro magistrato Girolamo Minervini, e il giorno successivo, il 19 marzo, venne ucciso Guido Galli ad opera di Prima Linea.