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Leonardo Messina, mafioso e uomo di fiducia del boss Giuseppe Madonia, ha deciso di diventare un collaboratore di giustizia. Sono le 12,30 quando il dottor Paolo Borsellino e il dottor Antonio Manganelli, della Polizia di Stato, lo incontrano a Roma, presso un domicilio protetto

È il 30 giugno 1992. Sono trascorse cinque settimane dalla strage di Capaci. Leonardo Messina, mafioso e uomo di fiducia del boss Giuseppe Madonia, ha deciso di diventare un collaboratore di giustizia. Sono le 12,30 quando, il dottor Paolo Borsellino e il dottor Antonio Manganelli della Polizia di Stato, incontrano Messina a Roma, presso un domicilio protetto. “Signor giudice quei due delitti, la morte di Salvo Lima e di Giovanni Falcone, sono stati decisi in quella riunione, sono anelli di un’ unica strategia. La commissione interprovinciale, quella che noi chiamiamo Regione, non si riunisce per niente, si riunisce soltanto per decidere cose di gravità eccezionale. Solo adesso ho capito, signor giudice: ad Enna, in quel giorno di febbraio, hanno deciso tutto. Solo ora sono in grado di mettere insieme cose diverse, solo ora ho capito. Ascolti, le voglio raccontare tutto”.

Il dottor Borsellino interrompe Messina. Vuole capire la sua storia all’interno dell’organizzazione, le sue motivazioni alla collaborazione prima di continuare l’interrogatorio. Messina inizia a raccontarsi. Dopo una breve pausa per il pranzo, verso le 16, l’interrogatorio riprende. “Già sapevo, signor giudice, che i rapporti della famiglia di Caltanissetta con i siracusani, che non sono uomini d’ onore, erano stretti, ma non pensavo quanto stretti. C’era uno della nostra famiglia, uno che faceva il macellaio – Vincenzo Burcheri (ndr) – che avevamo posato. Che significa? Significa che era stato sostanzialmente emarginato dalla famiglia, nessuno gli diceva più niente, nessuno lo prendeva più in considerazione. Poi d’improvviso vedo che uno dei consiglieri di Piddu Madonia comincia a frequentare la macelleria di Burcheri. Che cosa stava succedendo? Vengo a sapere che Piddu aveva deciso di tenere di nuovo in conto il macellaio perché aveva in mano i siracusani e che noi utilizzavamo i siracusani per compiere dei delitti nella nostra zona. Poi, vengo arrestato. Nel carcere di Caltanissetta Giuseppe Di Benedetto mi confermò questi buoni rapporti. Mi disse che il capomandamento di Riesi, Pino Cammarata, uomo fidatissimo di Piddu, e Cataldo Terminio, che era un soldato della mia famiglia e anche consigliere provinciale di Caltanissetta, avevano chiesto ai siracusani due telecomandi. Sì, due telecomandi per esplosivo. Questi telecomandi, mi fu detto, erano stato procurati da Agostino Urso. Sì, quello che hanno ucciso due giorni fa. Cammarata e Terminio avevano contattato Urso attraverso Valentino Salafia, fratello di Nunzio Salafia”. Il dottor Borsellino conosce bene tutte le persone indicate da Messina. “Ma è quello che è successo, in carcere, dopo la strage di Capaci che mi ha dato la certezza che quei due telecomandi erano serviti per far saltare in aria il dottor Falcone. La sera di quel 23 maggio, appena in carcere sapemmo della morte di Falcone, ci fu come un boato. Ci furono grida di gioia. Esultavano tutti. Furono proprio gli uomini d’onore di Cosa Nostra a intervenire per calmare i più agitati, per calmare quella gioia. Volevamo evitare provvedimenti disciplinari, tutto qui. Ce ne volevamo stare tranquilli. Tutto qui. Quando tornò la calma, nella mia cella, erano sei gli uomini d’onore, brindammo. Ricordo che c’erano Emanuele Argenti, il figlio di Guido, Maurizio Argenti. Poi uscimmo nel corridoio che si attraversa per andare all’aria. Mi venne incontro Giuseppe Di Benedetto. Mi abbracciò per congratularsi, mi baciò. Pensava che l’attentato a Falcone fosse stato commesso utilizzando quei telecomandi e con il concorso della mia famiglia. Quel Di Benedetto la sapeva lunga, aveva notizie di prima mano perché era in cella con un altro Agostino Urso, il cugino di quell’ Agostino Urso ucciso al Sayonara. E d’altronde non mi meravigliai che i siracusani avessero dei telecomandi, dispongono di un gran quantitativo d’ armi, hanno anche tre bazooka“.

Grazie alle dichiarazioni di Leonardo Messina, il dottor Paolo Borsellino riuscì a metter in atto l’Operazione Leopardo, che portò in carcere oltre duecento mafiosi. L’Operazione Leopardo fu coordinata da Giovanni Tinebra, Procuratore capo della Repubblica presso il Tribunale di Caltanissetta, e fu attuata nel mese di novembre del 1992, 4 mesi dopo la strage di via d’Amelio nella quale morirono il dottor Paolo Borsellino e la sua scorta.