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Quello che appare sui social o comunicato ieri via radio, è un tentativo di dissociazione ridicolo, come lo fu quello di Bontade nel 1986 durante il Maxi

Nella giornata di ieri, sui social e su diversi media, si è assistito, per l’ennesima volta, alla difesa delle organizzazioni mafiose e della loro onorabilità. L’argomento è la sparatoria avvenuta a Napoli venerdì scorso, poco prima delle 17:30, in piazza Nazionale e nella quale è rimasta ferita una bambina, Noemi. Le immagini che ci hanno restituito alcune telecamere di sorveglianza non lasciano nessun dubbio: nessun rispetto per la vita umana. Il killer insegue la vittima designata, spara tra la folla e poi scavalca per due volte il corpo della piccola, ferita ai polmoni e riversa sull’asfalto. Oltre alla piccola, è rimasta anche la nonna, 50 anni, che riporta una ferita a un gluteo. Colpito da sei proiettili Salvatore Nurcaro, 32 anni, con diversi precedenti penali, del quartiere San Giovanni a Teduccio, periferia orientale della città, bersaglio dell’agguato.

Il ferimento della piccola ha scatenato le ire di tutta l’opinione pubblica perché non si può che condividere il dolore dei genitori che vedono il proprio figlio diventare vittima innocente. Ma, lentamente, sui social hanno cominciato ad apparire alcuni post volti a far passare il messaggio che l’episodio del ferimento di Noemi non è legato alla ‘vera’ camorra. Non solo, durante la puntata di ieri de ‘La Radiazza’ – il contenitore ‘musical-sociale’ di Radio Marte, importante emittente radiofonica di Napoli, un individuo, che si definisce vicina ai clan, ha inviato un messaggio affermando che i responsabili della sparatoria non sono veri camorristi.

Non posso fare altro che ripensare a qualche anno fa, precisamente al 1986. La sera del 7 ottobre 1986, Claudio Domino stava passeggiando in una via del quartiere San Lorenzo di Palermo. Il bambino fu chiamato da un uomo che arrivava con una moto di grande cilindrata, una Kawasaki, dopo che Claudio si avvicinò l’assassino disse che gli doveva parlare e poi tirò fuori una pistola 7,65 e da meno di un metro gli sparò in mezzo agli occhi, uccidendolo sul colpo. In quel periodo era in corso, a Palermo, il maxi-processo contro Cosa nostra. Giovanni Bontade, fratello del più noto Stefano – chiamato il ‘principe di Villagrazia’ – e figlio del boss Paolino Bontade, proprio durante una seduta del Maxiprocesso, lesse un comunicato a nome di tutti i detenuti della sua cella, dichiarando l’estraneità all’omicidio che definì ‘un atto di barbarie’. In quel momento era più importante ribadire la propria onorabilità e mantenere imperituri i miti, come quello che la mafia non uccide i bambini. Il Bontade, però, con quella dichiarazione, con quell’uso del ‘noi’, dichiarò, implicitamente, che cosa nostra esisteva. Quello di Bontade allora, così come quello che appare sui social o comunicato ieri via radio, è un tentativo di dissociazione ridicolo.

Da sempre Cosa nostra, l’Ndragheta, la Scu e la Camorra uccidono e fanno del male ai bambini e agli innocenti. Per rimanere in Campania possiamo ricordare i casi di Simonetta Lamberti e Annalisa Durante e in Sicilia possiamo ricordare Giuseppe Letizia e Claudio Domino, oltre a tutti gli altri casi – se ne contano ormai 125 – in cui degli innocenti hanno perso la vita a causa di questa cancrena della nostra società. E’ troppo facile dissociarsi quando di mezzo ci vanno i bambini. Le mafie sono solo un male. Sono una piaga dei nostri territori che genera solo dolore e problemi e lo fa per acquisire potere e denaro. La loro penetrazione nella società ‘sana’ impedisce lo sviluppo economico oltre a provocare morti e rovinare la vita di tanti innocenti e delle loro famiglie. Anche quando la mano che impugna la pistola non è direttamente nella mani di un ‘mafioso’, la responsabilità rimane comunque delle mafie che hanno instillato quel modo di pensare che rappresenta la metastasi del nostro territorio.

Roberto Greco per referencepost.it