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Tutti gli imputati erano accusati, a vario titolo, di associazione mafiosa, armi, intestazione fittizia di beni e favoreggiamento

Rigettati tutti i ricorsi, tranne per una posizione che dovrà essere ridiscussa in appello. La Corte di Cassazione ha messo fine al procedimento denominato “Sant’Anna”, inchiesta della Procura antimafia di Reggio Calabria contro il clan Bellocco di Rosarno.
I giudici di piazza Cavour – come riporta la Gazzetta del Sud in edicola – hanno, quindi, confermato le condanne del boss Umberto Bellocco a 20 anni di reclusione, Salvatore Barone a 8 anni, Antonella Bartolo a 2 anni, 2 mesi e 20 giorni di reclusione, Domenico Bartolo a 1 anno, 9 mesi e 10 giorni, Rossana Bartolo a 2 anni, 2 mesi e 20 giorni, Mercurio Cimato a 1 anno e 9 mesi, Giuseppe Ciraolo a 7 anni e 4 mesi di reclusione, Michele Forte a 6 anni e 3 mesi, Elvira Messina a 6 anni e 3 mesi, Umberto Emanuele Olivieri a 6 anni, Massimo Paladino a 1 anno, 9 mesi e 10 giorni, Giorgio Antonio Seminara a 1 anno, 9 mesi e 10 giorni, Salvatore Zangri a 1 anno, 9 mesi e 10 giorni. Per Biagio Sergio, difeso dall’avvocato Domenico Malvaso, la Cassazione ha annullato con rinvio per un capo di imputazione. La sua posizione, quindi, sarà discussa in un nuovo processo di appello.

Tutti gli imputati erano accusati, a vario titolo, di associazione mafiosa, armi, intestazione fittizia di beni e favoreggiamento. Tutti i reati aggravati dalle modalità mafiose. Determinanti per questa operazione erano state le dichiarazioni della collaboratrice di giustizia Giuseppina Pesce. Il procedimento “Sant’Anna”, coordinato dalla Procura antimafia di Reggio Calabria, è l’esito di due attività investigative dei Carabinieri del Ros e del Comando provinciale di Reggio Calabria in due periodi differenti: la prima fra il settembre del 2012 e l’ottobre del 2013, relative alla cattura dell’allora latitante Giuseppe Pesce, divenuto per gli investigatori il reggente della famiglia all’indomani della cattura, il 9 agosto 2011, del fratello maggiore Francesco “testuni”; l’altra parte dell’indagine, condotta tra i mesi di gennaio e giugno 2014, ha riguardato invece, la cerchia dei fedelissimi di Umberto Bellocco detto “assu i mazzi”, l’anziano boss che dopo 21 anni di carcere, era stato scarcerato il 16 luglio 2014.

Una microspia piazzata dai militari dell’Arma aveva svelato il tentativo del vecchio “mammasantissima” di rimettersi al centro delle dinamiche criminali di Rosarno riaffermando il suo antico potere, anche attraverso il ripristino relazioni con esponenti apicali di altre cosche mafiose (tra cui i Crea di Rizziconi) e la riorganizzazione delle attività illecite della cosca sul territorio rosarnese. Attorno a Umberto Bellocco, secondo la Dda, molti suoi nipoti affascinati dal carisma del vecchio boss. Nel processo in Cassazione sono stati impegnati gli avvocati Giacomo Iaria, Erico Paratore, Domenico Malvaso, Francesco Collia e Giovanni Vecchio.

Fonte: gazzettadelsud.it