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Pirandello, un cognome, tre generazioni. Un excursus lungo più di un secolo attraverso la letteratura e la pittura. Sono queste le tematiche del libro intitolato “il Pirandello dimenticato”, scritto a quattro mani da Pierluigi Pirandello e da Alfonso Veneroso e pubblicato da De Luca Editori d’arte.

Il libro è un testo autobiografico di Pierluigi Pirandello che, in forma di intervista, parla della sua vita, delineando i margini delle complesse personalità del papà Fausto e del celebre nonno Luigi: 3 generazioni accomunate da un cognome famoso in tutto il mondo, che ha influenzato in maniera irreversibile le loro vite, il loro lavoro, il loro modo di essere.

Le domande di Alfonso Veneroso rivolte al nipote del premio Nobel e figlio del celebre pittore, abbracciano tanti temi quali la propria nascita, la morte dei familiari, le donne, il mondo, l’arte.

Leggendo la preziosa testimonianza di Pierluigi Pirandello ci si rende conto sin dalle prime battute, quanto sia stato meraviglioso ma altrettanto difficile, portare questo cognome: “Si pensa sempre che un nome importante sia un trampolino, e a volte lo è, ma altre volte può essere un macigno insostenibile. […] Chiamarsi Pierluigi Pirandello è stato a volte per me pesante, ma molto di più lo fu per mio padre, Fausto Pirandello, un pittore di talento, costretto a vivere nell’ombra del padre”.

E, relativa alla nascita di Pierluigi, in questo libro, abbiamo anche la trascrizione della lettera inviata proprio dal nonno Luigi al figlio Fausto il 22 marzo del 1930, appena seppe della nascita del nipotino: un’ “entrata burrascosa nel mondo” la cui lettera, scritta in forma di dialogo, è stata fotografata e inserita tra le numerose tavole del testo.

Scorrendo tra le poco più di cento pagine veniamo a conoscenza della genesi del suo stesso nome: perché non fu battezzato con il nome del nonno, come era in uso? Semplicemente perché, a detta dello stesso nonno “Di Luigi ce n’è uno solo”: ecco perché gli fu dato il nome di Pierluigi e il nome di Andrea Luigi al cugino, figlio del primogenito Stefano, fratello di Fausto.

Un elemento comune tra Luigi e Fausto è stato anche l’interesse verso il mondo dell’arte, una passione per il primo, una professione per il secondo che, attraverso la sua grande pittura, dalle linee forti, marcate ed incisive, ha dato vita a volti, espressioni, luoghi e oggetti con uno stile inconfondibile maturato Roma, dopo un soggiorno avvenuto a Parigi, dove operavano anche Gregorio Sciltian, Giorgio De Chirico, Alberto Savinio, Emanuele Cavalli, Giuseppe Capogrossi e Filippo De Pisis.

Tante sono le produzioni pittoriche create da Fausto durante la sua permanenza a Roma, in pieno ventennio; fra queste, Pierluigi, all’epoca dodicenne, ricorda con particolare affetto “La pioggia d’oro” e “La scala”, dipinti rispettivamente nel 1933 e nel 1934. Ma molte altre riflessioni sull’arte di Fausto Pirandello sono contenute nel libro, narrando i contenuti e i retroscena di: “Donne con salamandra”, “Bagnanti nella rifrazione” e la “La carriola”, le cui fotografie sono anch’esse contenute nel ricco libro intervista.

Molto intenso è il ricordo del piccolo Pierluigi che, durante l’estate del 1936 viveva ad Anticoli Corrado, in provincia di Roma, insieme a tutta la famiglia, con il nonno che di mattina scriveva a macchina il testo de “I giganti della montagna” e nel pomeriggio dipingeva insieme al figlio Fausto.

Sono proprio del ’36 un ritratto di Luigi Pirandello, eseguito dal figlio Fausto e un ritratto di Pierluigi creato proprio dal nonno Luigi, il quale è stato anche immortalato in una significativa fotografia che lo ritrae proprio ad Anticoli Corrado nell’estate del 1936. Questi ritratti e questa foto sono presenti nel libro.

Dopo la morte del padre, Pierluigi accusò un enorme vuoto interiore: a stargli vicino furono Virgilio Guzzi, Marcello Avenali e soprattutto Renato Guttuso. Da quel momento, superato lo sbandamento iniziale, Pierluigi cominciò a catalogare gli scritti e i dipinti del padre, donando alcune opere a più importanti musei di tutto il mondo, con l’obiettivo di mantenere vivo lo spirito di Fausto: “Mio padre spesso parlava con i suoi quadri, come se fossero persone. In quelle tele ha fissato le sue relazioni con il mondo e con gli esseri umani […]. Credo che veramente la sua anima si trovi nelle sue opere”.

Questi e tanti altri sono gli spunti di approfondimento e di riflessione che emergono dalle pagine della corposa intervista che Pierluigi Pirandello ha rilasciato ad Alfonso Veneroso, e che ci consegna uno spaccato storico, artistico e culturale dell’interno Novecento, in cui uno scrittore, un pittore ed un avvocato, “ciascuno a suo modo”, hanno vissuto la propria vita e la propria professionalità con un cognome simbolo, un fregio pregiato, un imponente marchio, una firma indelebile: Pirandello, con la sua forza, la responsabilità e l’immortalità.

Carlo Guidotti per Referencepost